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01.Candyman
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04.Cities In Dust
05.Cannons
06.Party’s Fall
07.92°
08.Land’s End

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Homepage | Recensioni | SIOUXSIE AND THE BANSHEES   

SIOUXSIE AND THE BANSHEES

"Tinderbox"

Polydor
1986
voto: n.d.
Siouxsie And The Banshees @ MySpace
01/02/2010
Secondo l’autore di questa recensione, “Tinderbox” è l’album migliore che i Siouxsie And The Banshees pubblicarono nella seconda fase della loro carriera. Spoglio ormai del post-punk degli esordi, il settimo full-length degli inglesi si dirige verso un rock nero e abrasivo, fruibile ma al tempo stesso malinconico e disturbante. Ne è un perfetto esempio, lo splendido singolo “Cities In Dust”, un brano dall’andamento intrigante e di facile assimilazione, eppure capace di dare i brividi. Merito della voce di Siouxsie Sioux che possente, ammonitoria, quasi mascolina ma così sensuale, ci invita a godere della vita prima che la nostra città venga distrutta e appunto, giaccia nella polvere. Il testo del brano è stato infatti ispirato da una visita che la band fece agli scavi di Pompei durante il tour in Italia e non è l’unico esempio di come in questo album il panorama lirico sia tutt’altro che banale, ma anzi affronti numerose tematiche sempre attuali. “Candyman” (l’uomo delle caramelle) è infatti una sorta di metafora che parla dello spaccio di droga, mentre “92°” affronta il tema dell’ecologia. Certo, sono argomenti che abbiamo sentito in mille salse e spesso sono stati svuotati di significato dalle canzoncine per la massa; ricordiamoci però che siamo nel 1986 e in pochi avevano il coraggio di porsi a un pubblico vasto uscendo dal binomio cuore/amore.
E in “Tinderbox”, di dolcezza non ce n’è molta in effetti. Il pianoforte, gli archi e i suoni campionati si dividono molto bene con le parti di chitarra, ma l’effetto, per quanto garbato e accessibile, vuole essere soprattutto d’impatto. E’ così nel rock orecchiabile ma graffiante di “Candyman” e soprattutto in “This Unrest”, lenta e oscura, quasi a sfiorare una litania nella parte centrale. Qui la band da il meglio di sé e lo fa ancora in “Party’s Fall”, altro episodio un pizzico ruffiano e dal refrain vincente e nella conclusiva “Land’s End”, una sorta di ninna-nanna dark molto sofferta che nel suo composto rigore mette a tacere chiunque additasse il gruppo come nuova rivelazione della musica usa e getta.


Andrea Sacchi
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