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Homepage | Concerti | HEINEKEN JAMMIN' FESTIVAL 3-6 LUGLIO   

HEINEKEN JAMMIN' FESTIVAL 3-6 LUGLIO

06/07/2010

Parco San Giuliano

Venezia

E' ritornato quest'anno, con ben quattro giorni di intensa programmazione, l'Heineken Jammin Festival. Un cartellone ricchissimo, con il grosso merito, per quanto ci riguarda - e al di là di problemi organizzativi piu' o meno gravi, su tutti le fantomatiche navette - di riportare in Italia una band fondamentale e di statura mondiale come gli Aerosmith. Un merito non da poco, se si pensa che le turbolenze interne ai membri del gruppo di Boston continuano a minacciarne il futuro. Per fortuna, però, il loro show è stato ineccepibile, una scaletta che ha riservato anche qualche gustosa sorpresa e soprattutto uno stato di forma davvero invidiabile.
Ma andiamo per ordine, pur tenendo conto del fatto che questo non è un live report tradizionale, quanto un racconto assolutamente non esaustivo di due giorni di grande musica - il primo e l'ultimo del festival - con particolare riferimento alle band che interessano al lettore medio di questo sito. Sempre che un lettore medio esista!
Perché è opportuno spezzare una lancia a favore degli Stereophonics, autori di una performance di grande livello, capitanati dalla splendida voce di Kelly Jones: piuttosto dimesso negli intermezzi tra un pezzo e l'altro - in parte per carattere e in parte, forse, per la recente tragedia dell'ex batterista Stuart Cable -, sale in cattedra e colora di emozioni una canzone dopo l'altra, passando per gli hit "Have A Nice Day" e "Maybe Tomorrow" fino alla chiusura affidata a "Dakota".
Meno bene, decisamente meno bene i pur attesi Cranberries, e in particolare una Dolores O'Riordan fiacca, con esclusione del crescendo finale, in cui spicca una versione decisamente toccante di "Dreams", mentre lascia perplessi la resa della pur prevedibilmente partecipata "Zombie".
Ma il momento clou della serata, come si diceva, è per noi indiscutibilmente quello in cui salgono sul palco gli Aerosmith: l'apertura è affidata ad una roboante "Love In An Elevator", ed è subito chiaro che i due protagonisti Steven Tyler e Joe Perry hanno messo da parte l'ascia di guerra per incendiare il pubblico con la propria musica. Si dividono il primo piano delle foto, Tyler con il suo glamour, Perry con la sua disinvolta professionalità, entrambi con capacità tecniche ancora strabilianti. La sorpresa, se vogliamo dirla tutta, riguarda soprattutto la voce di Tyler, splendida, per nulla segnata dagli anni, assolutamente unica nei classici del passato remoto e di quello recente: gli Aerosmith, in effetti, guidano il pubblico in un'altalena che sfreccia senza soluzione di continuità, da "Back In The Saddle" alla ruffiana "Falling In Love". Dopo "Eat The Rich" è la volta di "Pink", che musicalmente parlando sorprende per la capacità di Tyler di colorarla...rosa ma non solo! Anche l'accoppiata successiva, formata da "Livin' On The Edge" e dalla fantastica ballad "What It Takes", è di quelle da togliere il fiato. Piccola digressione: proprio sulle ballad sono arrivate scelte inattese, come l'esclusione di "Janie's Got A Gun", "Crazy" o "Amazing" in favore, appunto, di un pezzo meno noto - seppur assolutamente non meno prezioso ed emozionante - come "What It Takes". Il concerto prosegue con l'anonima "Jaded", figlia di un periodo che la band farebbe meglio a dimenticare. Per fortuna ci pensano "Mama Kin" e "Cryin'" a riportare alle stelle l'entusiasmo del pubblico, prima dell'assolo di Joey Kramer che anticipa l'esplosione di "Rag Doll". Dopo la cover di "Stop Messin' Around" dei Fleetwod Mac e la scontata "I Don't Want To Miss A Thing", un altro degli apici del concerto è rappresentato dalla magia di "Sweet Emotion". E a questo punto sale in cattedra Joe Perry, con il suo amore per il blues che rifulge nella rilettura sentita e sudata di "Baby, Please Don't Go" di Big Joe Williams. A chiudere il set regolare arriva una versione torrida di "Draw The Line", che ci fa forse rimpiangere l'eccessivo spazio dato in scaletta al passato piu' "commerciale" della band. Ma è un attimo, perché il tris che chiude la serata quando Tyler, Perry, Whitford, Hamilton e Kramer rientrano sul palco è composto da "Dream On" (pelle d'oca), "Walk This Way" e Toys In The Attic".
Viste le aspettative e visto il significato della presenza degli Aerosmith vent'anni dopo la loro ultima apparizione in Italia, constatare come il pubblico accorso a vedere i Pearl Jam sia grosso modo il doppio fa una certa impressione. Certi addirittura mormorano che tante persone siano arrivate per vedere gli Skunk Anansie, ma a fine serata sarà chiaro che non è così. Anche perché la band capitanata da Skin sopperisce con la presenza scenica della sua front woman (che si concede pure al body surfing) ad una performance musicalmente mediocre, effetto anche di un repertorio sopravvalutato che mostra tutti i propri limiti e la propria ripetitività dal vivo.
Sul palco arrivano i tappeti, preludio all'ingresso di Ben Harper con i suoi Relentless 7 per un'esibizione di grande intensità. Seduto per buona parte dello show, Ben Harper distilla sonorità inconfondibili, si presta a gustose divagazioni e propone qua e là pure i pezzi più diretti del suo repertorio, dalla dolcezza di "Diamonds On The Inside" all'ultima geniale "Lay There & Hate Me", passando per una riproposizione elettrizzante di "Heartbreaker", di zeppeliniana memoria. Il momento top arriva con l'atteso arrivo sul palco di Eddie Vedder, per una versione da brividi di "Under Pressure", prima del pezzo finale e di lasciare che scenda il buio.
Per quanto le aspettative degli hard rocker fossero concentrate sugli Aerosmith, il colpo d'occhio del pubblico che assiste al concerto dei Pearl Jam è emozionante. Così come emozionante è la partecipazione della gente fin dalle prime note di "Given To Fly". Da par suo, la band capitanata da Eddie Vedder conferma e trascende la fama di gruppo che dal vivo dà il meglio di sé, e lo fa abbandonandosi assieme al pubblico alle note di un repertorio ormai talmente vasto che tirarne fuori una scaletta deluxe è compito semplice. Ma c'è di più: vien da pensare che la serata dell'Heineken Jammin' Festival sia una sorta di (ri)consacrazione, per i Pearl Jam, presso il pubblico di massa (o presso una certa fetta meno rock oriented del pubblico di massa), prova ne sia il fatto che lo stesso Vedder più volte nei suoi interventi lascia trasparire un pizzico di gioiosa sorpresa per il numero di spettatori accorsi a Parco San Giuliano per sentirli. I Pearl Jam ripagano proponendo ben ventitre pezzi, nella prima parte spiccano "Corduroy" ed "Even Flow" mentre Vedder continua a rifocillarsi a più riprese con una bottiglia di vino rosso. Nella prima tornata di bis viene richiamato sul palco Ben Harper per "Red Mosquito" e viene regalata emozione pura con "Just Breathe", in un momento davvero indimenticabile. In formissima tutta la band, ma una menzione speciale a Stone Gossard e Mike McCready, mentre guardando Matt Cameron vien da pensare a cosa accadrà ora che i Soundgarden stanno per tornare in pista. Prima del finale, comunque, c'è spazio per la cover di un pezzo di Joe Strummer, "Arms Aloft", e della classicissima "Jeremy". La seconda tranche di bis, e con essa il concerto, è chiusa dalla gettonatissima "Rockin' In The Free World" di Neil Young, e nuovamente Ben Harper sale sul palco, stavolta con tutta la band al seguito, per un finale coerente di questa quattro giorni di grande musica!


Giovanni Barbo
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